Sovraindebitamento: come uscire dai debiti per professionisti e privati cittadini? Le tante vie disponibili

Trovarsi in una situazione di sovraindebitamento non è invidiabile. Eppure, ci sono diversi canali per uscire dai debiti.

Sovraindebitamento come fare

Il piano di ristrutturazione dei debiti maturati dal consumatori funziona per chiunque si trovi in condizioni di sovraindebitamento, ovvero sia insolvente o in una situazione fortemente critica. Premesse determinate condizioni, il nuovo Codice della Crisi d’Impresa ne estende l’applicazione ai componenti della medesima famiglia ed ai soci illimitatamente responsabili di certe organizzazioni sociali. Esso consiste in uno strumento diretto a promuovere il risanamento della relativa posizione dei c.d. insolventi civili, vale a dire dei soggetti che non ricoprono la qualifica di imprenditori e, in quanto tali, non sono fallibili.

Le decisioni assunte dal legislatore incaricato in materia agevolano il consumatore, sicché non occorre l’approvazione dei creditori ai fini dell’omologazione. In aggiunta, se il piano ottiene approvazione, i crediti che non possono essere soddisfatti diventano inesigibili. L’obiettivo perseguito dalle istituzioni – come riporta la relazione illustrativa – è non di lasciare il debitore solo, in balia dei pregressi debiti accumulati e incapace di far fronte agli oneri. Così gli viene permesso di ottenere nuove opportunità nel mondo del lavoro, sgravandolo da un macigno che rischia di risultare insostenibile e di precludergli qualsivoglia prospettiva futura.

Sovraindebitamento: che cos’è secondo il legislatore italiano

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Il decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14, meglio noto con il nome di Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 38 del 14 febbraio 2019 – Supplemento Ordinario n. 6. La disciplina introdotta che, tra gli altri istituti, tratta il sovraindebitamento, è entrata in vigore nell’agosto del 2020. In pratica, decorsi 18 mesi dalla data della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, come sancito nella legge n. 3 del 2012. Secondo il testo divulgato per sovraindebitamento si fa riferimento allo stato di insolvenza o crisi dell’imprenditore agricolo, delle start-up innovative, dell’imprenditore minore, del professionista, del consumatore e di qualsivoglia altro debitore non sottoponibile alla liquidazione giudiziale ossia a liquidazione coatta amministrazione o a ulteriori procedure liquidatorie stabilite dal Codice civile o da leggi speciali.

L’intervento non è stato in realtà qualcosa di sorprendente né di inedito. Al contrario, in materia le unità competenti avevano già definito degli strumenti per l’esdebitazione dei c.d. insolventi civili. In poche parole, si tratta di soggetti che non ricoprono il ruolo di imprenditore e, di conseguenza, non sono sottoposti alle ordinarie procedure fallimentari. A causa dei costi e del complesso iter da osservare, le misure predisposte dalla legge n. 3 del 2012 non hanno trovato frequente ricorso nella pratica.

Ecco perché il Codice della Crisi d’Impresa li ha ripensati e snelliti. Prima però di analizzarli in modo approfondito diremmo che è opportuno andare a vedere cosa significa esdebitamento. Un termine familiare ai giuristi, molto meno a chi non lavora in ambito giuridico. Senza dilungarci eccessivamente, l’esdebitazione consta in un meccanismo che dà al privato cittadino e consumatore la possibilità di proporre ai creditori un piano di rientro per cancellare i rispettivi debiti.

Sovraindebitamento: Le tre distinte procedure a disposizione dei soggetti non passibili di liquidazione giudiziale

Banconota euro

In caso di sovraindebitamento, i soggetti non passibili di liquidazione giudiziale hanno facoltà di ricorrere a tre distinte procedure:

  • il concordato minore, indirizzato al professionista, alle start-up innovative, all’imprenditore agricolo e all’imprenditore minore;
  • il piano di ristrutturazione dei debiti, riservato al consumatore;
  • la liquidazione controllata del debitore.

A sua volta, l’art. 480 del Codice di procedura civile, rivolto alla forma dell’atto di precetto, prevede l’avvertimento per il debitore della facoltà di rimediare al sovra indebitamento traendo ricorso del concordato minore o del piano di ristrutturazione dei debiti.

Il piano di ristrutturazione dei debiti, contemplato nelle procedure di composizione delle crisi da sovra indebitamento, si applica al consumatore, vale a dire la persona fisica per scopi estranei all’attività imprenditoriale, professionale, artigiana o commerciale eventualmente svolta, anche se socia di una s.n.c., s.a.s. o di una s.a.p.a. per i debiti estranei a quelli di carattere sociale. Tuttavia, il Codice della Crisi d’Impresa ha comportato l’estensione della procedura analizzata pure ai familiari. Difatti, l’art. 66 del Decreto Legislativo n. 14 del 2018 cita “i membri della stessa famiglia”, intendendo con ciò:

  • il coniuge;
  • i parenti entro il quarto grado;
  • gli affini entro il secondo;
  • le parti dell’unione civile: due persone maggiorenni dello stesso sesso che abbiano contratto un’unione civile attraverso dichiarazioni di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni;
  • i conviventi di fatto: due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza materiali, non legate da rapporti di parentela, affinità, coniugio o da un’unione civile.

La definizione di consumatore

Rispetto a quella contenuta nella legge n. 3 del 2012, la definizione di consumatore risulta più ampia, poiché riguarda pure i soci illimitatamente responsabili di:

  • s.n.c. (società in nome collettivo);
  • s.a.s. (società in accomandita semplice);
  • s.a.p.a. (società in accomandita per azioni).

Il Codice della Crisi d’Impresa pone sul medesimo piano al consumatore i soci delle forme societarie appena indicate, a patto che i debiti vi rimangano estranei. Inoltre, la procedura non deve recare pregiudizio ai creditori. Insomma, il socio di una società in nome collettivo, l’accomandatario di una società in accomandita semplice e di una società in accomandita per azioni, l’accomandante che si sia immischiato nella gestione possono accedere alle procedure di indebitamento, nel rispetto di un vincolo: non compromettere i diritti dei creditori sociali, ad esempio destinando il patrimonio unicamente al soddisfacimento dei creditori personali, a nocumento dei primi.

Gli effetti della procedura sono estesi ai soci

Per completezza di informazione, ricordiamo che la dottrina giurisprudenziale creatasi nel corso della vigenza della legge n. 3 del 2012 riteneva che il piano del consumatore non fosse applicabile ai soci illimitati responsabili di una società di persone, poiché assoggettabili a fallimento. Invece, la disciplina corrente li annovera espressamente tra i soggetti nella posizione di proporre il piano di ristrutturazione nei limiti sopra esplicitati. In tal senso, risolve il dubbio interpretativo imperante in passato. È, poi, previsto espressamente che l’iter estenda i propri effetti pure nei confronti dei soci illimitatamente responsabili. Trattasi dell’ennesima novità rispetto alla precedente disciplina, ove si escludeva l’estensione della procedura.

Il Codice della Crisi d’Impresa rimedia anche a tale criticità, sicché ammette l’applicazione degli effetti dell’iter, che coinvolge la società, pure al socio. Infine, i compiti del liquidatore o del commissario giudiziale sono espletati dall’organismo di composizione della crisi; la nomina dell’attestatore è facoltativa. I passaggi da rispettare nella ristrutturazione dei debiti sono riportati negli artt. 65-77; rispetto al procedimento unitario, si tratta di una regolamentazione più snella. E, in quanto tale, esclusivamente nei limiti di compatibilità è statuito il rinvio alle norme generali dettate dal CCI.

Le procedure familiari per sovraindebitamento

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Tra le novità introdotte dal Codice della Crisi d’Impresa, le procedure fallimentari possono essere applicate a quelle di risanamento da sovraindebitamento. Difatti, l’ambito soggettivo delle procedure di risoluzione è contraddistinto dalla presenza dei membri della medesima famiglia. Del resto, è inevitabile che la crisi di un familiare influenzi in maniera negativa l’intero nucleo. Di conseguenza, al debitore viene concessa la possibilità di sottoporre un unico progetto di risoluzione della crisi, qualora abbiano luogo un paio di condizioni:

  • convivenza dei membri della famiglia;
  • il sovraindebitamento abbia un’origine comune. A tal proposito, si prenda in esame il tipico caso di una situazione passiva derivante da una successione ereditaria per i debiti maturati dal de cuius.

Che il legislatore approvi la predisposizione di un unico piano emerge, tra l’altro, dal fatto che, in caso di più richieste proposte da membri del medesimo nucleo familiare, il giudice previamente adito – individuato come competente – è tenuto a porre in atto le misure occorrenti per garantire il coordinamento delle procedure collegate. Se uno dei debitori non risulta consumatore, trova applicazione la disciplina del concordato minore, sicché consta in una procedura che tutela maggiormente i creditori, visto che implica la loro approvazione, a differenza del piano di ristrutturazione.

Distinzione tra masse attive e passive

Nonostante la trattazione unitaria della situazione di crisi, la norma in oggetto puntualizza che le masse attive e passive, pur coinvolte nel medesimo piano, rimangono distinte. Insomma, vige il più generale principio della responsabilità patrimoniale personale, in forza del quale il debitore risponde all’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni, presenti e futuri.

La ragione dietro alla separazione delle masse è da individuarsi nella volontà di scongiurare che porzioni di patrimonio di uno dei familiari siano destinate al saldo dei debiti degli altri e viceversa, con palese violazione delle disposizioni emanate dal normatore. Gli oneri correlati alla procedura, come la corresponsione del compenso all’Organismo di composizione della crisi, sono suddivisi tra i membri della famiglia in via proporzionale all’entità dei debiti di ciascuno.

Sovraindebitamento: procedura di ristrutturazione dei debiti

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Il piano di ristrutturazione dei debiti vige per l’individuo sovraindebitato, cioè in una situazione di insolvenza o crisi. Sono tali lo stato di disagio economico-finanziario che rende probabile l’insolvenza del debitore e si concretizza con l’incapacità di fronteggiare regolarmente le obbligazioni pianificate (crisi) ovvero lo stato che si manifesta con inadempimenti o altri fattori esterni, i quali attestino che il soggetto in posizione debitoria non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni (insolvenza). Inoltre, la normativa italiana pretende che il debitore sia meritevole, ovvero non abbia determinato per dolo o colpa grave il sovraindebitamento. Ma in merito ci soffermeremo nel proseguo. Per ora, sottolineiamo che il piano di ristrutturazione è applicabile al consumatore (e ai membri del nucleo familiare a cui appartiene):

  • sovraindebitato,
  • meritevole.

Il consumatore può sottoporre un piano di ristrutturazione dei debiti ai creditori con le indicazione di tempistiche e modalità per il superamento dello stato di criticità. La proposta, da redigere con l’ausilio di un Organismo di composizione della crisi (OCC), ha contenuto libero, fatta eccezione per:

  • tutti i creditori con l’indicazione degli importi da corrispondere e delle cause di prelazione;
  • la composizione e la consistenza del patrimonio del debitore;
  • gli atti di straordinaria amministrazione compiuti nell’arco dell’ultimo quinquennio;
  • le dichiarazione dei redditi nell’arco dell’ultimo triennio;
  • gli stipendi, i salari, le pensione e tutte le altre forme di entrata del debitore e del nucleo familiare, con l’indicazione di quel che occorre al soddisfacimento del fabbisogno della sua famiglia.

Ammessa la falcidia e la ristrutturazione dei debiti maturati per finanziamenti

Il Codice della Crisi d’Impresa non richiede l’attestazione di fattibilità all’Organismo di composizione della crisi. La soluzione può contenere il parziale soddisfacimento dei crediti, in qualsivoglia forma. È altresì consentita la falcidia e la ristrutturazione dei debiti maturati per finanziamenti:

  • delle operazioni di prestito su pegno;
  • del Trattamento di Fine Rapporto (Tfr);
  • con la cessione del quinto dello stipendio;
  • della pensione.

L’indicazione di tale tipologia di debiti costituisce anch’essa una novità in confronto alla passata disciplina. Difatti, nel silenzio della legge, la giurisprudenza forniva orientamenti contrastanti in merito alla opportunità o meno di “ristrutturare” debiti derivanti, ad esempio, dalla cessione del quinto dello stipendio. La “detrazione” di questa forma di indebitamento fa sì che si liberino risorse a vantaggio di ogni creditore, favorendo il risanamento della posizione della parte debitrice.

Sovraindebitamento: rimborso delle rate

Sovraindebitamento

Un’ulteriore, consistente, novità è costituita dalla sottrazione alle regole del concorso per il rimborso delle rate a scadere del mutuo assicurato da ipoteca iscritta sull’abitazione principale. Difatti, nel tempo era insorto un contrasto tra i giuristi sul punto. Alla luce della confusione insorta, il legislatore ha espressamente precisato che il debitore ha modo di provvedere al rimborso della rata del mutuo ipotecario alla scadenza convenuta, purché, durante la presentazione della richiesta, egli:

  • abbia adempiuto alle obbligazioni a proprio carico;
  • oppure il giudice lo autorizzi al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data.

In rapporto ai crediti provvisti di legittime cause di prelazione, quali ipoteca, pegno e privilegio, nel piano v’è modo di prevedere che i creditori non siano integralmente soddisfatti. La condizione è che sia garantito il pagamento del credito in misura non inferiore a quella realizzabile, premessa:

  • la collocazione preferenziale sul ricavato in caso di liquidazione;
  • il riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti oggetto della causa di prelazione, come comprovato dall’Organismo di composizione della crisi.

Competenza territoriale e OCC

Il procedimento di ristrutturazione dei debiti ha luogo dinnanzi al Tribunale in composizione monocratica. In termini di competenza, ha voce in capitolo il tribunale nel cui circondario il debitore ha il centro degli interessi principali (COMI), vale a dire il luogo dove il debitore cura i rispettivi interessi in via abituale e riconoscibile dai terzi. Il centro degli interessi principali del debitore, persona fisica non esercente attività d’impresa, coincide con la residenza o il domicilio. Laddove essi siano sconosciuti, coincide con l’ultima dimora nota o, in mancanza, con il luogo di nascita. Se esso non è in territorio italiano, la competenza spetta al Tribunale di Roma.

La presentazione della domanda compete a un Organismo di composizione della crisi. L’OCC è costituito presso il circondario del Tribunale competente; in difetto, le sue funzioni sono espletate da un professionista con i requisiti indicati dal testo normativo. Il Decreto Ministeriale n. 202 del 24 settembre regolamenta l’OCC; nelle operazioni da sovraindebitamento, svolge le funzione tipiche del commissario e del liquidatore.

Presentazione della domanda per sovraindebitamento

Non è necessaria l’assistenza del difensore per la presentazione del piano. In confronto alla legge 3 del 2012, l’esclusione della difesa tecnica costituisce una novità: in passato non era ben delineata la necessità o meno di procurarsi il patrocinio di un avvocato. Anche a tal riguardo, la giurisprudenza aveva dato versioni profondamente contrastanti. L’Organismo di composizione della crisi ha risolto a monte il problema, escludendo espressamente l’intervento di un legale, stante la presenza dell’OCC.

Alla proposta di piano di ristrutturazione, così come stabilita dall’art. 67 del Decreto Legislativo n. 14/2019, occorre allegare una relazione dell’Organismo di composizione della crisi. Per ritenersi accettabile, il documento deve comunicare:

  • le cause dell’indebitamento e della diligenza adottata dal debitore nell’assumere le obbligazioni. Per farla breve, si tratta di stabilire se il debitore sia meritevole, ovvero se non sia stato lui a provocare la situazione di crisi in cui versa, assumendo in consapevolezza più obbligazioni di quelle a cui avrebbe potuto fare fronte, ma sia dipesa da circostanze esterne;
  • l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di ottemperare alle obbligazioni assunte. Ad esempio, la perdita dell’unica fonte di reddito mediante la quale riusciva a far fronte ai debiti maturati. Si pensi alla perdita dell’occupazione per improvvisi tagli del personale, decretato dal corpo dirigente dell’azienda presso cui prestava servizio;
  • la valutazione sulla completezza e attendibilità della documentazione depositata in allegato alla domanda;
  • l’indicazione della stima dei costi presumibili della procedura.

La notifica dell’Organismo di composizione della crisi

Entro sette giorni dal conferimento dell’incarico, l’Organismo di composizione della crisi mette al corrente, in base all’ultimo domicilio fiscale del debitore, gli uffici territorialmente competenti, nello specifico:

  • l’agente della riscossione;
  • gli enti locali;
  • gli uffici fiscali.

Nei 15 giorni successivi, i suddetti uffici notificano all’OCC il debito tributario rilevato e/o gli eventuali accertamenti pendenti. Il deposito della istanza può causare la sospensione del corso degli interessi – legali o convenzionali – sino alla chiusura della procedura e unicamente agli effetti del concorso. La suddetta sospensione non si applica ai crediti privilegiati, pignoratizi e ipotecari, per cui, dunque, gli interessi continuano a maturarsi.

Nella relazione, l’Organismo di composizione della crisi ha l’onere di valutare pure il comportamento dei finanziatori. In pratica, è da accertare se, nel concedere il finanziamento ad un soggetto già indebitato, sia stato preso in considerazione il merito creditizio del debitore; o se, al contrario, abbia peccato in negligenza, scaturendo un aggravamento della situazione già precaria del consumatore.

La valutazione è da effettuare in considerazione:

  • del reddito disponibile del consumatore;
  • dell’importo necessario al mantenimento di un tenore di vita dignitoso (da dedurre).

Per dare concretezza ai due parametri appena esplicitati, il normatore rimanda all’ammontare dell’assegno sociale moltiplicato per un parametro corrispondente al numero dei componenti del nucleo familiare, in conformità alle previsioni stabilite nella scala di equivalenza ISEE.

Condizioni soggettive ostative

Nei paragrafi precedenti, abbiamo esaminato l’ambito soggettivo di applicazione. La norma in esame si occupa delle cause ostative all’accesso alla procedura del piano di ristrutturazione. Non può ricorrervi il consumatore che:

  • sia già stato esdebitato nell’ultimo quinquennio;
  • abbia già beneficiato in due occasione dell’esdebitamento;
  • abbia provocato lo stato di sovraindebitamento per colpa grave, mala fede o frode.

Il fine prefissato dalla norma è di facile intuizione: il legislatore intende favorire il debitore meritevole. E non è tale chi della procedura di ristrutturazione ne abbia già tratto beneficio, poiché ciò va a rappresentare una “recidiva” del proprio comportamento debitorio; parimenti, non ha accesso a tale strumento colui che abbia assunto obbligazioni sproporzionate in correlazione alle effettive capacità reddituali o economiche (colpa grave), oppure abbia agito dolosamente o in frode ai creditori.

In rapporto al passato, la normativa introduce una novità e sanziona pure il comportamento del creditore che abbia procurato la situazione di sovraindebitamento del consumatore. Difatti, laddove il finanziatore, nel concedere il prestito, non abbia correttamente valutato il merito creditizio del debitore, perde il diritto di:

  • presentare opposizione o reclamo in sede di omologazione, benché dissenziente;
  • far valere cause di inammissibilità, che non dipendano da comportamenti dolosi del debitore.

L’accertamento del merito creditizio è espressamente sancito dall’art. 124 bis del testo unico bancario (Decreto Legislativo numero 385 del 1993); ove si dispone che, prima della finalizzazione del contratto di credito, il finanziatore abbia il dovere di esaminare a fondo il merito creditizio del soggetto a cui sta per concedere il prestito, sia sulla base delle dichiarazioni rilasciate dal diretto interessato sia tramite la consultazione di una pertinente banca dati.

Omologazione del piano

L’Organismo di composizione della crisi deposita la domanda presso il Tribunale territorialmente competente. Se ritiene la proposta ed il piano ammissibili, il giudice interpellato ne dispone con decreto:

  • la pubblicazione in apposita area della piattaforma web del Tribunale o del Ministero di Giustizia;
  • la comunicazione a cura dell’Organismo di composizione della crisi a tutti i creditori, entro 30 giorni.

I creditori, ricevuta la comunicazione di cui sopra, inviano un indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC) all’OCC; in caso contrario le notifiche seguenti avranno luogo mediante il deposito in cancelleria.

Su domanda del debitore, il giudice ha la facoltà di sancire la sospensione dei procedimenti esecutivi in sospeso, potenzialmente in grado di compromettere l’effettivo rispetto del piano concordato. Parimenti, il giudice ha modo di vietare azioni cautelari ed esecutive sul patrimonio del consumatore, oltre alle altre misure idonee a mantenere l’integrità del patrimonio, fino alla conclusione del procedimento. I suddetti provvedimenti di a per il debitore dipendono da una valutazione discrezionale del giudice, il quale, come stabilisce, può – non deve – assumerle.

A ogni modo, i provvedimenti rimangono revocabili qualora si dimostri il compimento di atti di frode in danno dei creditori. Nei 20 giorni successivi alla comunicazione del piano, i creditori hanno facoltà di avanzare osservazione all’Organismo di composizione della crisi. Come già rimarcato, non sono nella posizione di presentare obiezioni quei creditori che colposamente abbiano contributo a provocare lo stato di sovraindebitamento. L’omologazione non necessita dell’approvazione dei creditori. La norma si prefigge, infatti, l’intento di salvaguardare la posizione del consumatore che, nel bilanciamento degli interessi, appare prevalente rispetto a quella dei creditori.

Il debitore parte da una posizione di “vantaggio”

Alla luce del significativo problema sociale, esasperato dalla crisi economica, il legislatore ha fornito ai consumatori, mediante il Codice della Crisi d’Impresa, degli strumenti volti ad agevolarne l’estinzione dei debiti di tipo civile contratti. Inoltre, un’altra ragione per cui è stata esclusa l’approvazione del piano da parte dei creditori consiste nel fatto che, con rimando ai debiti non imprenditoriali, il rifiuto del soggetto avente un credito potrebbe scaturire da questioni di carattere strettamente personale, che vanno al di là della effettiva convenienza della proposta presentata.

Come appurato, i creditori non detengono diritto di voto, bensì devono attenersi ad un confronto con l’Organismo di composizione della crisi, proponendo modifiche o miglioramento al piano, senza beneficiare dell’opportunità di veto circa la sua approvazione. Entro 10 giorni dalla presentazione delle osservazione di cui sopra, l’OCC si confronta con il debitore e riferisce al giudice, eventualmente apportando al piano le modifiche opportune.

Il giudice ha il compito di acclarare l’ammissibilità sotto il profilo giuridico e la fattibilità da un punto di vista economica del piano delineato e di risolvere eventuali contenziosi sullo stesso. Una volta provvedutovi, si attiva per omologare il piano tramite sentenza e a dichiarare chiusa la procedura. Laddove vi ricorrano gli estremi, prescrive la trascrizione della sentenza a cura dell’Organismo della composizione della crisi. Ad esempio, qualora il piano comporti la cessione o l’affidamento a terzi di beni mobili o beni immobili registrati. Il pronunciamento è reso noto ai creditori nel giro di 48 ore ed è pubblicato in un’area ivi adibita della piattaforma web del Tribunale o del Ministero di Giustizia.

Il pronunciamento del giudice sul piano per esdebitamento

Insolvenza

Nelle osservazioni, può succedere che i creditori abbiano da ridire circa la convenienza del piano. Come già evidenziato in precedenza, essi non godono di alcun potere di veto a riguardo. Pertanto, in tali circostanze, il giudice può decidere ugualmente di omologare il piano, laddove ritenga che il credito dell’opponente possa comunque essere soddisfatto dall’esecuzione in misura non inferiore all’alternativa liquidatoria.

Se, invece, il giudice ritiene il piano inammissibile sotto il profilo giuridico o non fattibile da un punto di vista economico, nega l’omologazione con decreto motivato e dichiara l’inefficacia delle misure protettive. In caso di diniego, su istanza del debitore, il giudice ha la facoltà di dichiarare aperta la “liquidazione controllata” di cui agli artt. 268 e successivi. L’apertura dell’iter liquidatorio può accadere pure su istanza dei creditori o del Pubblico Ministero (P ), nei casi di frode del debitore.

Ricapitolando:

  • il giudice, con decreto, sancisce che il piano e la proposta vengano pubblicati in un’area apposita della piattaforma web del Tribunale o del Ministero di Giustizia;
  • la comunicazione ai creditori avviene entro 30 giorni;
  • i creditori hanno modo di trasmettere obiezioni all’Organismo di composizione della crisi nei 20 giorni seguenti;
  • l’Organismo di composizione della crisi riferisce al giudice le possibili osservazione, entro 10 giorni dalla scadenza del termine di presentazione;
  • il giudice omologa con sentenza e dichiara chiusa la procedura, se considera il piano giuridicamente ammissibile e fattibile da un punto di vista economico; la sentenza viene comunicata ai creditori e pubblicata nel giro di 48 ore. Se, invece, nega l’omologazione con decreto motivato, su istanza del debitore apre la liquidazione controllata.
  • la sentenza è impugnabile e contro il decreto può proporsi reclamo.

Esecuzione del piano

Il debitore ha l’onere di dare esecuzione al piano concordato. Difatti, nella fase esecutiva, egli non subisce lo spossessamento dei suoi beni e preserva la capacità di agire. L’esecuzione del piano di ristrutturazione è monitorata dall’Organismo di composizione della crisi, il quale si assumere l’onere di:

  • accertare l’adempimento del piano alle condizioni stabilite;
  • risolvere eventuali problematiche;
  • sottoporre i problemi sorti in fase di esecuzione al giudice;
  • fornire ogni semestre degli aggiornamenti al giudice sugli sviluppi occorsi;
  • presentare un rendiconto al termine dell’esecuzione.

Il giudice ha modo di approvare il rendimento; così come di non approvarlo ed eventualmente di procedere alla revoca dell’omologazione, laddove gli sviluppi intercorsi non rispettino le aspettative.

In caso di approvazione del rendiconto, il giudice liquida il compenso all’OCC, valutandone la diligenza. In caso di non approvazione del rendiconto, il giudice indica all’Organismo di composizione della crisi gli atti occorrenti per l’esecuzione ed assegna un termine per il loro espletamento. Se entro la scadenza fissata – anche prorogata – le prescrizioni non sono adempiute, il giudice revoca l’omologazione ed esclude il diritto al compenso per l’OCC.

Revoca dell’omologazione

Gli scenari dove è prevista la revoca dell’omologazione del piano di ristrutturazione dei debiti del consumatore sono particolarmente gravi:

  • diminuzione o incremento del passivo con dolo o colpa grave;
  • sottrazione o dissimulazione di una consistente quota di attivo;
  • simulazione dolosa di attività non sussistente;
  • commissione di atti diretti a frodare i creditori;
  • inadempimento degli obblighi determinati dal piano;
  • sopravvenuta impossibilità del piano con conseguente impedimento di attuare correttivi;
  • mancata approvazione del rendiconto sottoposto dall’Organismo di composizione della crisi.

Si rammenta che all’OCC compete l’obbligo di segnalare ogni fatto rilevante al giudice ai fini della revoca dell’omologazione, nel caso in cui ne sia a conoscenza.

In ciascuna delle ipotesi sopraindicate, su istanza del creditore, del Pubblico Ministero o di qualsiasi soggetto interessato, il giudice si attiva direttamente per revocare l’omologazione. Non è consentito chiedere la domanda di revoca passati 6 mesi dall’approvazione del rendiconto.

Nel caso in cui venga a formarsi un contradditorio tra le parti coinvolte in causa, anche mediante lo scambio di memorie scritte, il giudice è tenuto ad assumere una posizione:

  • con sentenza stabilisce la revoca dell’omologazione;
  • con decreto motivato respinge la richiesta di revoca.

Avverso la sentenza di revoca dell’omologazione è consentito avanzare reclamo in linea con le modalità enunciate dall’art. 50 del Decreto Legislativo n. 14 del 2019. A ogni modo, la revoca non pregiudica i diritti acquisiti dai terzi in buona fede.

Conversione in procedura liquidatoria

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Nell’ipotesi in cui si sia giunti alla sentenza di revoca dell’omologazione, il giudice ha la facoltà di sancire la conversione del procedimento in liquidazione controllata. Trattasi di una procedura che sostituisce la liquidazione dei beni statuita dalle legge n° 3 del 2012 e riservata:

  • all’imprenditore agricolo;
  • alle start-up;
  • all’imprenditore minore;
  • al professionista;
  • al consumatore

La conversione in procedura liquidatoria, una manovra semplificata della liquidazione giudiziale, può essere avanzata su istanza:

  • del debitore;
  • del creditore e del Pubblico Ministero in caso di inadempimento o di atti di frode.

Il giudice concede un termine per l’integrazione della documentazione al debitore ed apre la liquidazione controllata in conformità alle disposizioni contenute nell’art. 270 del Decreto Legislativo n° 14 del 2019.

Disposizioni penali

In forma sintetica, si riportano le norme penali aventi rilievo in materia di piano di ristrutturazione dei debiti. Il Codice della Crisi d’Impresa le colloca nel Titolo IX, Capo IV, tra i reati commessi nelle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento e reati commessi nella procedura di composizione della crisi. Nello specifico, rileva l’art. 344, che punisce con la multa da 1.000 a 50 mila euro e la reclusione da 6 mesi a 2 anni il debitore che:

  • aumenti o diminuisca il passivo ovvero sottragga o dissimuli una parte consistente dell’attivo ovvero simuli dolosamente attività non sussistenti, pur di accedere al piano di ristrutturazione e al concordato minore;
  • generi documentazione alterata o contraffatta, ovvero occulti, sottragga o distrugga, in tutto o in parte, la documentazione inerente alla propria situazione debitoria ovvero la propria documentazione contabile, pur di accedere al piano di ristrutturazione, al concordato minore e alla liquidazione controllata;
  • effettui pagamenti in violazione del piano di ristrutturazione dei debiti o del concordato minore omologati;
  • peggiori la sua posizione debitoria dopo il deposito del piano di ristrutturazione dei debiti o della proposta di concordato minore, e per l’intera procedura;
  • non osservi di proposito i contenuti del piano di ristrutturazione dei debiti o del concordato minore.

Viene, invece, punito con la multa da 1.000 a 50 mila euro e la reclusione da 1 a 3 anni il componente dell’OCC che nella relazione renda false attestazioni in ordine alla veridicità dei dati contenuti nella proposta, nella domanda di esdebitazione o nella domanda di apertura della liquidazione controllata. Le medesime pene si applicano al componente dell’Organismo di composizione della crisi che arreca danno ai creditori omettendo o rifiutando un atto del suo ufficio senza giustificato motivo.

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