Criptovalute, Savona: “Gli Stati devono regolamentarle ora”

Paolo Savona, ex ministro italiano per gli affari europei, interviene per parlare della necessità di regolamentare le criptovalute.

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Il veto apposto dalla Cina sulle criptovalute ha fatto riemergere un problema “vecchio come il mondo”: in che modo è possibile tenere sotto controllo lo sviluppo delle monete virtuali? La misura adottata dal Paese asiatico è stata senz’altro la più drastica. Le cause dietro a una decisione tanto radicale sono state enunciate in una nota, diramata il 24 settembre, sul portale istituzionale. In estrema sintesi, le autorità nazionali non vedono di buon grado la diffusione delle cryptocurrency perché agirebbero da forza trainante per la messa in atto di pratiche illegali.

Criptovalute: il no categorico della Cina

Frodi, schemi piramidali e gioco d’azzardo ne costituirebbero la diretta conseguenza. E poi c’è il problema del patrimonio dei cittadini, da tutelare in qualunque caso. Che la mossa sia piaciuta o meno all’opinione pubblica, determinati argomenti sono di attualità anche nel Vecchio Continente. La tecnologia sa rivelarsi estremamente utile in determinate occasioni. D’altra parte, però, le compagnie leader nel settore hanno il coltello dalla parte del manico. E ciò si traduce persino in politiche non legali riguardanti i big data degli utenti.

In un interessante articolo scritto sull’argomento per Il Sole 24 Ore dall’ex ministro italiano Paolo Savona, si prova a immaginare fin dove sarebbe opportuno mettere i paletti. Tutto questo anche data l’eliminazione dell’asimmetria nella protezione esistente nell’Unione europea tra il possesso di moneta rispetto a quello di attività finanziarie. L’esempio menzionato consiste nella garanzia dei depositi e della clausola di bail in, laddove abbiano luogo fallimenti bancari. Lo scopo perseguito risulta coerente rispetto alla visione che pone la stabilità monetaria alla radice della crescita reale e dell’equità sociale. Nel mentre, le due stabilità occorre porle sullo stesso piano, senza discriminazioni, sulla falsariga del modello statunitense.

Gli effetti delle innovazioni tecnologiche

Oggi – scrive Paolo Savona – una netta distinzione tra attività finanziaria e creazione monetaria sarebbe possibile a seguito delle innovazioni tecnologiche. L’intera questione andrebbe affrontata a più ampio raggio. Anziché limitare la visione unicamente alle preoccupazioni sugli effetti sui debiti pubblici e, parzialmente, su quelli privati, bisognerebbe prendere in esame il tapering. Il tema si è aperto per via della ripresa dell’inflazione negli USA e altrove. Che, allo stato attuale dell’architettura istituzionale, impone il ritorno a politiche monetarie tradizionali, potenzialmente causa di nuove crisi finanziarie con ripercussioni sull’attività reale.

La risposta al disagio avvertito sarebbe rappresentata dal fine tuning. Il punto è che in passato ha avuto il demerito di provocare delusioni. E poi si trascurerebbe un fattore centrale, vale a dire la relazione, di stretta dipendenza, tra la politica monetaria e il funzionamento del mercato finanziario. Ciò pure a prescindere dai recenti disagi manifestati dall’operatività delle criptovalute.

Ipotesi sugli sviluppi futuri

In assenza di uno scenario istituzionale certo, affiorano le ipotesi sugli sviluppi futuri. Secondo la tesi prevalente, una volta superato il periodo di confusione, prevarrà un regime di convivenza tra monete virtuali e sovrane, private e pubbliche, con le prime in forma di stable coin. La riduzione del circolante, già decretata con le forme digitali dei pagamenti (dalle carte di credito alle prepagate, fino agli eWallet) continuerà. A trarne beneficio saranno le crypto, con tempistiche definite dai vincoli generati dal digital divide tra gli utenti della moneta.

Nel caso in cui le autorità nazionali tardassero ad assumere provvedimenti – spiega Il Sole 24 Ore – il vuoto verrebbe sempre più colmato dai privati e allora disciplinare l’evoluzione sarebbe, a maggior ragione, una missione improba. L’impatto sull’organizzazione delle istituzioni sarà presumibilmente superiore di quanto si avrà sugli strumenti. Il motivo? Il divario legislativo tra banche e intermediari tradizionali e nuove piattaforme tecnologiche richiede regolamentazioni efficaci.

Criptovalute: una presa di coscienza che tarda ad arrivare

Qualora la normativa sarà livellata, gli equilibri del mercato finanziario e monetario dipenderanno dal grado di legittimazione delle criptovalute nelle loro varie forme da parte degli enti; se le manovre si limitassero a soluzioni valide sulla scena nazionale, crescerebbero le complicazioni tra normative vecchie e nuove, sicché l’accessibilità dell’infosfera non impone vincoli fisici, il che avrebbe degli impatti sulle relazioni finanziarie internazionali. E per farvi fronte sarebbe opportuno convocare, in un clima di emergenza, una conferenza monetaria internazionale, nello stile di quella indetta a Bretton Woods, che, tuttavia, implicherebbe la definizione di un’agenda di argomenti sui quali raggiungere un’intesa.

La messa a punto di un modello con le crypto favorirebbe la visione d’insieme condivisa dalle volontà nazionali, specialmente se sorretta da un leader culturale riconosciuto. Uno step cruciale sarebbe quello di partire dalla definizione di una contabilità economica correlata alla convivenza tra strumenti tradizionali e virtuali. Nel disordine creatosi – conclude Savona – sarebbe alquanto opportuno per le autorità dichiarare illegittime almeno le unstable crypto (senza riserva). Eppure, sembra non sia tuttora giunta una presa di coscienza in merito, a giudicare dalle scelte compiute da diversi Paesi.